L’inutile guerra tra l’odiato Ultrà e l’Amato ministro

Non si è ancora spenta, a più di un mese di distanza, l’eco della babele di analisi superficiali e semplicistiche sulla morte di Gabriele Sandri e sugli incidenti che l’hanno seguita, di commentatori (è proprio il caso di dirlo) della domenica, che mai hanno messo piede in uno stadio di calcio.

E’ allora forse utile spezzare il monolitico coro di voci che si sono levate ad inveire contro polizia ed ultras, colpevoli rispettivamente di un omicidio e di devastazioni varie (in particolar modo a Roma e a Bergamo), ripetendoci allo sfinimento che si è trattato di comportamenti criminali (anche se di diversa natura e gravità) da punire con estrema durezza.

Nulla è stato invece detto a proposito di una quanto mai necessaria rivisitazione della legislazione in materia di tifo violento che, lo si può dire in tutta tranquillità, fa acqua da tutte le parti. Sbaglia infatti chi crede che un tale proponimento comporti la sottovalutazione del grave problema concernente le violenze che spesso, anche se non più frequentemente che in passato, segnano in modo indelebile le domeniche pallonare. Appare infatti evidente che la risposta dello stato, articolata negli anni in una lunga serie di decreti convertiti in legge, non ci abbia fatto fare un solo passo avanti nella risoluzione del problema.

Dal 1989 (anno del primo intervento legislativo in materia) ad oggi, le varie leggi antiviolenza hanno sempre presentato alcuni tratti comuni che hanno raggiunto la loro massima espressione con la conversione in legge del Decreto Amato, promulgato in seguito ai tragici fatti di Catania del Febbraio di quest’anno in cui morì l’ispettore Filippo Raciti.

Due sono i capisaldi di quella che si potrebbe definire una scelta puramente repressiva (e in quanto tale naturalmente invisa a una forza politica liberalsocialista): l’introduzione di una selva di divieti, procedure, controlli e regolamenti che ha portato ad una sorta di ipernormativizzazione dell’evento calcistico e la sempre più massiccia delega (spesso praticamente in bianco) alle forze dell’ordine per tutto ciò che concerne l’organizzazione e la gestione di una partita di calcio, anche sotto il profilo dell’attuazione della citata babele normativa.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: la disaffezione dei tifosi “pacifici”, che sempre più disertano gli stadi della penisola, e l’insofferenza crescente verso le forze di polizia da parte del più radicale e a questo punto anche radicalizzato popolo delle curve.Tutto questo senza che si sia raggiunto il benché minimo risultato in termini di lotta alla violenza tifosa.

Gli esempi sconcertanti dei due aspetti peculiari della Legge Amato e delle sue antenate sono innumerevoli. Per quanto riguarda l’ondata burocratica che ha investito il mondo degli stadi basta ricordare i biglietti nominativi, le complesse procedure per poter introdurre allo stadio degli striscioni indipendentemente dal loro contenuto (con buona pace della libertà di espressione), il divieto di vendita di biglietti per aree geografiche, il cosiddetto divieto di trasferta e le stringenti limitazioni all’introduzione di bandiere, megafoni, tamburi e simili. Si tratta nella maggior parte dei casi di misure demagogiche e inapplicabili (e dunque in buona sostanza ipocrite, che estendono, come se ce ne fosse bisogno, il campo dell’illegalità) che alimentano un sentimento di frustrazione nei tifosi che finisce inevitabilmente per ripercuotersi sul mantenimento dell’ordine pubblico. Il fatto poi che siano le forze di polizia ad essere investite in toto dell’applicazione e in parte anche della promulgazione (tramite le incredibili decisioni del “Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive”) di norme palesemente insensate produce l’indesiderato effetto collaterale di montare l’avversità delle tifoserie organizzate nei confronti dei tutori dell’ordine (non è un caso che questa sia iniziata a comparire proprio a partire dal 1989). Moltissimi osservatori non riescono invece a sfuggire la tentazione di associare l’unità dei gruppi ultras contro la polizia ad improbabili piani eversivi dei primi, assurti addirittura al rango di terroristi…

Come se non bastasse, le varie leggi promulgate in materia, sempre sull’onda di gravi fatti di cronaca e dunque a carattere prettamente “emergenziale”,

secondo un costume purtroppo tipico del nostro paese, hanno introdotto surrettiziamente nel nostro ordinamento veri e propri “mostri” giuridici quali l’istituto della “flagranza differita” e l’applicazione di un provvedimento quale il DASPO (divieto di accesso alle manifestazioni sportive), in teoria amministrativo e comminato con intento preventivo, in pratica penale (limita la libertà di circolazione) e disposto per scopi repressivi, per il quale non è più necessaria la convalida dell’autorità giudiziaria essendo comminato senza contraddittorio direttamente dal questore. Non a caso in sede di discussione parlamentare del decreto Amato i parlamentari socialisti e radicali della Rosa nel Pugno hanno giustamente denunciato con inusitata determinazione il pericolo di uno “stato di polizia” latente per quanto concerne i diritti dei cittadini-tifosi.

Nel desolante silenzio degli organi giornalistici, fa eccezione il sempre più commovente Riformista, e nell’assoluto disinteresse della classe politica, che ha votato come un solo uomo (unica eccezione la Rosa nel Pugno) la legge Amato, si procede spediti verso il baratro: sempre più palese è l’ennesima sconfitta dello stato allorché sempre più spesso la soluzione trovata per far disputare le partite di campionato è quella di farle giocare senza pubblico, che equivale alla morte definitiva del calcio.

Un’inversione di rotta è possibile e necessaria. Facendo tabula rasa di quanto fatto finora e ripartendo dalla riqualificazione e privatizzazione delle infrastrutture, cardine dimenticato del sempre mitizzato modello inglese.

Prendendo esempio dal resto dell’Europa per quanto concerne le tecniche di gestione delle folle, incredibilmente ignorate in Italia, perché prevenire è meglio che reprimere.

Togliendo gradualmente alle forze dell’ordine l’onere della gestione del problema e affidandolo alle società, fruitrici degli immensi ricavi del sistema calcio.

Ma soprattutto eliminando dalle nostre menti il terrificante buonismo che ci impone di dimenticare che nel calcio, insostituibile valvola di sfogo della nostra società, lo sfottò che tracima nell’insulto è un argine all’esplodere delle violenze (un po’ come le sparate della lega che sublimano un’altrimenti probabile violenza xenofoba) e non il nemico da abbattere.

Solo la ragione, e mai le urla sguaiate, potrà permetterci di tornare ad amare il nostro gioco preferito.

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