[Agenda Pisauro | Università] La ricerca di un futuro migliore

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La ricerca e l’università di oggi sono le basi di ogni sviluppo sociale, economico, culturale. Il sistema universitario italiano è allo stremo, piegato da tagli eccessivi che ne mettono a repentaglio il normale funzionamento. Ma un paese che non investe nella ricerca è un paese che non crede nel proprio futuro.

Noi vogliamo un sistema universitario moderno e all’avanguardia, che diventi un polo d’attrazione per i migliori talenti di tutto il mondo e che sia il luogo in cui i nostri studenti possano diventare cittadini consapevoli e lavoratori competenti.

La situazione finanziaria del sistema universitario italiano è al limite dello sfascio. I tagli per centinaia di milioni del duo Gelmini-Tremonti, corretti solo in minima parte dal governo Monti, mettono a repentaglio anche l’ordinaria amministrazione. Serve un deciso cambio di rotta che riconosca la centralità del sistema universitario in ogni promessa di sviluppo del paese. Occorre utilizzare le risorse messe a disposizione dal risparmio sugli interessi sul debito e dal rilassamento dei vincoli di bilancio sugli investimenti, unite a una riduzione delle spese del comparto difesa, per ripristinare i livelli di finanziamento precedenti ai tagli.

In questo senso è fondamentale ridiscutere le modalità di finanziamento del sistema. Il finanziamento pubblico è e deve restare il canale principale di sostegno economico all’università. I finanziamenti privati possono svolgere un ruolo importante, che deve rimanere però complementare. Quanto alle rette universitarie, non si può pensare che gli atenei vi trovino una fonte di entrata sostitutiva: è necessario mantenere il limite del 20% di entrate derivanti dalle tasse universitarie rispetto al finanziamento ordinario.

Sui diritti negati si basa la disillusione che imperversa oggi in Italia in tutti gli ambiti della vita pubblica. Il diritto allo studio va difeso e garantito ovunque possibile, come strumento di mobilità sociale ed emancipazione economica.  Per farlo in maniera efficace, è più utile garantire delle borse cospicue per i vincitori, che permettano davvero di finanziare i loro studi, e mettere in atto un sistema di contributi per gli altri, per esempio rimborsando i trasporti e altri servizi pubblici rilevanti (ad es. culturali). Serve un deciso miglioramento dei servizi per gli studenti a partire dalla definizione di livelli essenziali di prestazione da garantire.

Oltre a garantire un finanziamento di base dignitoso per le ricerche, è strategico aumentare la disponibilità di finanziamenti a progetto. Destinati a giovani con idee innovative, singoli o in gruppo, funzionerebbero indipendentemente dalle fonti «classiche», con importi bassi e medi. I primi permetterebbero di partecipare a conferenze e a corsi di aggiornamento professionale, mentre i secondi sarebbero dei veri e propri finanziamenti per progetti specifici. Si tratterebbe di uno strumento di responsabilizzazione e crescita di giovani ricercatori meritevoli ad inizio carriera, dando fiducia concreta alle promesse migliori del nostro paese e cominciando ad attrarre anche quelle estere.

Quando si parla di reclutamento e carriera universitaria la parola chiave deve essere una sola: programmazione! Per uscire dal sistema di assunzioni attuale, intermittente e aleatorio, il reclutamento dei ricercatori deve essere programmato su base regolare. Occorre eliminare il blocco del turnover e mettere a disposizione almeno il 50% dei fondi derivanti dai pensionamenti per l’assunzione di ricercatori. La continuità delle assunzioni favorirebbe la progressione dei ricercatori competenti. In questo modo, si limiterebbe anche il peso delle baronie che attualmente si spartiscono i posti tra chi ha resistito precariamente per anni nello stesso laboratorio. Al contempo, un sistema di reclutamento semplificato e più regolare risulterebbe anche più attraente sul piano internazionale, facilitando l’accesso fin qui irrisorio dei ricercatori stranieri. La logica dell’abilitazione nazionale preliminare al concorso locale è valida a condizione che questa sia una scrematura seria e basata sull’imposizione di un vero standard minimo di competenza e che i dipartimenti siano incentivati a un reclutamento dei migliori.

Il sistema di valutazione delle Università deve essere equo, chiaro e soprattutto costruttivo. L’esperienza dell’ANVUR si è caratterizzata per i suoi criteri bibliometrici approssimativi, per un eccesso di centralismo burocratico per giunta dotato di valore legale. Va ripensato il senso stesso della valutazione che non può essere la giustificazione di tagli decisi in partenza ma deve essere volta a individuare i punti critici da correggere e le pratiche virtuose da incoraggiare principalmente a livello di strutture e processi.

La valutazione delle carriere dei singoli deve essere delegata ai singoli dipartimenti responsabilizzati alla promozione del merito e alla valutazione tra pari in maniera analoga a quanto avviene nella valutazione della produzione scientifica.

Non dobbiamo avere paura di pronunciare la parola meritocrazia, ma questa va spogliata della sua valenza ideologica e punitiva. Occorre responsabilizzare gli atenei a partire da una logica premiale che assegni risorse aggiuntive su base dipartimentale a chi ha ottenuto valutazioni migliori, le quali devono tenere conto della produzione accademica dell’intero corpo docente.

E’ fondamentale includere la comunità della ricerca nella selezione dei parametri di valutazione e garantire la trasparenza e la discussione pubblica sui risultati. Una valutazione intelligente dovrebbe avvalersi dell’esperienza degli stessi studenti, professori e ricercatori. E’ più utile raccogliere il grado di soddisfazione degli studenti, nei suoi aspetti sia culturali che professionali, piuttosto che limitarsi ad analizzare il numero di laureati rispetto agli iscritti. Anche la mobilità inter-ateneo e internazionale deve essere tenuta in conto positivamente ai fini della valutazione, per incrementare un fattore di arricchimento scientifico e meritocratico.

A livello di governance, e’ necessaria una discussione pubblica sui settori sui quali investire e sulle direzioni di ricerca da favorire. Queste scelte strategiche dovrebbero essere prese favorendo le decisioni partecipative, che includano studenti, cittadini e rappresentanti della società civile. Le Università devono diventare luoghi capaci di innescare riflessioni collettive sui terreni e sulle scelte della ricerca futura. La cosiddetta “terza missione” deve essere inserita negli statuti delle università che devono diventare luoghi aperti all’interazione con la società (a partire dall’introduzione dell’esperienza degli science shops).

Credere nello sviluppo del paese vuol dire credere in un’università che produca eccellenza, mobilità sociale, cultura e vivacità del tessuto produttivo. Vuol dire immaginare un sistema attraente per i migliori talenti italiani e stranieri. Io voglio andare alla ricerca di un futuro migliore. E voi?

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