Jeremy Corbyn: la rivoluzione neosocialista del rottamatore della Terza Via

pubblicato su Il Corsaro.info

Tony Blair inizialmente l’aveva messa così: “se il tuo cuore sta con Corbyn, hai bisogno di un trapianto”. Eppure ad avere problemi di cuore sono davvero in molti se, contro ogni pronostico della vigilia, Jeremy Corbyn, candidato della sinistra interna alla leadership del Labour Party, è ormai il netto favoritonell’elezione che il prossimo 12 settembre incoronerà il leader dell’opposizione al governo Conservatore di Cameron.Jeremy-Corbyn-Get-v2

L’imprevista ascesa di Corbyn ha risvegliato l’attenzione su una corsa che si preannunciava noiosa, con un vincitore annunciato, Andy Burnham, molto vicino all’ex leader Ed Miliband e uno scarno dibattito tutto incentrato su quanto spostare il partito al centro dopo la sconfitta a sorpresa nelle elezioni politiche dello scorso Maggio. A rompere le uova nel paniere ci ha pensato il barbuto deputato di Islington North (il collegio di Arsenal), veterano di 66 anni, candidato dalla sinistra interna con poche speranze che fino a due minuti prima della scadenza per la presentazione delle candidature non aveva ancora le 35 necessarie nominations di deputati laburisti. Così mentre la maggioranza del gruppo parlamentare laburista si asteneva nel voto sul Welfare Bill del ministro dell’economia George Osborne, che prevedetagli ingenti al sistema dei benefit, Corbyn ha guidato la rivolta dei deputati che chiedevano il voto contrario alla riforma dei Conservatori. La base laburista ha dato prova di apprezzare riempiendo oltre ogni aspettativa dello stesso Corbyn i suoi eventi di presentazione in giro per il Regno Unito.

Una vera e propria Corbyn-mania è esplosa quando i primi sondaggi lo hanno dato 20 punti avanti lo sfidante più vicino ed è cresciuta man mano che la maggioranza dei rami locali del partito ha espresso la propria preferenza per lui. La sua pagina facebook in poche settimane ha surclassato quelle dei rivali e la viralità dell’hashtag #Jezwecan ha fotografato l’enorme aspettativa creatasi attorno alla sua candidatura, specialmente da parte di tanti giovani che scoprono in Corbyn un Labour diverso e più idealista, per il quale vale la pena non solo registrarsi come supporters ma anche attivarsi in prima persona. E se alla vigilia della competizione i bookmakers lo accreditavano delle quote solitamente riservate alle squadre materasso ai mondiali, dopo l’endorsment del sindacato dei dipendenti pubblici Unison è diventato il candidato più quotato anche dagli scommettitori, al punto che nella destra del partito impazza il dibattito su chi sia il candidato ABC, Anyone But Corbyn.

Certamente non sarà Liz Kendall, la candidata blairiana distintasi per avere descritto come estremiste le posizioni di Syriza. La Kendall ha il supporto di David Miliband, fratello e avversario dell’ex leader Ed, e del giovane Chuka Umunna, grande ammiratore del premier italiano Renzi, che si è ritirato all’inizio della contesa. Accreditata di percentuali bassissime, la Kendall ha dovuto smentire la possibilità di un suo ritiro dalla competizione.

Dura anche per Andy Burnham, che nonostante le nominations della maggioranza del gruppo parlamentare stenta a delineare il messaggio portante della sua campagna e se difende l’eredità di Miliband da un lato, cede dall’altro sulla necessità di apparire ancora più responsabile e credibile sul piano economico, sottintendendo con questo più rigore nel contentimento del deficit. Proprio quello che sempre più persone comprendono essere politicamente ed economicamente irresponsabile.

Leggermente più concrete le chances di Yvette Cooper. Partita come outsider, molto competente e non priva di un certo carisma, porta al centro della scena la questione dei diritti e la battaglia femminista per rompere il “glass ceiling” che non ha mai permesso a una donna di arrivare alla guida del Labour Party. Ha ricevutol’endorsment di un apprezzato ex ministro come Alan Johnson e può raccogliere consensi trasversali nel partito.

Sia la Cooper che Burnham possono sperare di battere Corbyn solo in un ballottaggio, qualora questi non dovesse superare il 50% dei voti. In tal caso verrebbero conteggiate anche le seconde preferenze espresse nelle schede a supporto del candidato meno votato e quindi eliminato, presumibilmente a partire da Liz Kendall, le cui schede dovrebbero dividersi tra Cooper e Burnham. Decisive saranno le seconde preferenze del meno votato tra questi due e si moltiplicano le strategie su come fare convergere le preferenze per impedire la vittoria della sinistra. Un ribaltamento è possibile ma molto improbabile, nonostante il disperato appello di Tony Blair e quello più elegante di Gordon Brown a non votare per Corbyn.

Tutto è cambiato con l’introduzione del congresso aperto, con cui Miliband ha sostituito il vecchio sistema che attribuiva un terzo dei voti al gruppo parlamentare, un terzo ai sindacati e solo un terzo ai membri. Col principio “una testa un voto” e l’apertura ai supporters (cui bastava versare £3 e firmare una vaga dichiarazione di lealtà al Labour) si è senz’altro creato lo spazio per un dibattito meno ingessato dagli equilibri interni delle varie correnti. Non una liquidazione della vecchia ossatura del partito però, che rimane radicato sia in virtù del sistema elettorale fondato su piccoli collegi, sia grazie a una struttura di base che seleziona in modo rigoroso e democratico le candidature e mantiene un potere di indirizzo nella scelta del leader (con le nominations dei rami locali del partito) e dei temi, nelle conferenze programmatiche annuali che si svolgono regolarmente a Settembre. Per questo il Labour è un partito per nulla liquido, capace di custodire una storia di cui nessun rottamatore di passaggio potrà mai sbarazzarsi frettolosamente. Ed è questa solidità ideologica e strutturale che fa del Labour Party uno spazio politico credibile, di cui è possibile contendere seriamente la direzione generale di marcia – anche da parte della sinistra più radicale che ha mantenuto negli anni una significativa presenza sul piano culturale e dell’organizzazione.

La sinistra Labour capace oggi di giocare un ruolo importante è l’erede di una tradizione a lungo maggioritaria nel partito. Corbyn entra in parlamento la prima volta nel 1983, come Tony Blair e Gordon Brown, ma è molto vicino alle posizioni di Tony Benn, storico ministro e leader della sinistra dei cosiddetti Bennite, che di Blair sarà un instancabile oppositore interno. Nel solco di quella storia Corbyn, repubblicano e pacifista (strenuo oppositore della guerra in Iraq e del programma di difesa nucleare Trident, sostiene il superamento della NATO) propone una rottura ideologica profonda con la stagione della terza via in una vera e propria svolta neosocialista.

Ma cosa vuole fare concretamente Jeremy Corbyn? Per costruire un’alternativa all’austerity ha delineato un programma economico di nazionalizzazioni(ferrovie e industrie energetiche) e politiche industriali (nuove infrastrutture energetiche, trasporti, edilizia popolare) finanziate da un “quantitative easing per il popolo di stampo keynesiano. Vuole tenere il Regno Unito in Europa ma non è contento dell’attuale situazione ed è un fiero sostenitore di Syriza. Combatte la stretta sull’immigrazione del governo e ha un piano avanzato di politiche ambientali (no al fracking e riconversione dell’industria estrattiva di combustibili fossili).

Corbyn risulta genuino e popolare tra gli elettori di tutti i partiti, nonostante non sia il classico leader carismatico e molti lo definiscano ineleggibile per la radicalità delle sue proposte. Ma è proprio avendo sostenuto negli anni lotte minoritarie che si sono rivelate preveggenti che ha oggi la credibilità politica di presentarsi come un buon tipo di leader, molto diverso dai politici selezionati in virtù del loro presunto appeal elettorale (che pure non gli manca, come dimostrano le 7 maggioranze assolute consecutive nel suo collegio di Islington North).

La sua sfida ai luoghi comuni, alla paura, e all’establishment dentro e fuori dal Labour Party è lanciata e una sua vittoria potrebbe generare un terremoto politico che si sentirebbe in ogni capitale europea, specialmente nei quartier generali di quei partiti socialisti che paiono avere dimenticato le loro antiche radici. E chissà che la sua storia non ispiri anche il percorso di nascita del nuovo partito della sinistra italiana, spesso focalizzato sulla scelta del leader. E allora forse, dovremmo invece prendere esempio dalla sinistra britannica perchè, come era solito dire Tony Benn, “the best leaders are those you don’t remember because we did it ourselves!’”

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