L’ambiguità sulla Brexit che ha distrutto il Corbynismo.

Nel Gennaio 2020 ho scritto questa analisi della sconfitta del partito laburista nelle elezioni generali del Dicembre 2019. E’ stata pubblicata in tre articoli (qui, qui e qui) come inchiesta per il giornale online Strisciarossa, col quale collaboro. Nel Giugno del 2020 viene pubblicata the Labour Together Election Review 2019 un’analisi molto dettagliata della sconfitta elettorale,  basata su dati, sondaggi e interviste con elettori e iscritti, coordinata dall’ex segretario Ed Miliband. Ci sono molte cose di questa survey che confermano i punti principali della mia analisi, in particolare in relazione al ruolo di Corbyn e della Brexit nel determinare la sconfitta. Ovviamente c’è anche molto di più (alcuni elementi di debolezza del programma e della campagna del 2019 rispetto al 2017) ma il succo politico è molto simile. La cosa ovviamente  mi ha fatto piacere e mi ha spinto a ripubblicare la mia analisi che progetto di espandere, traducendola, nelle prossime settimane. Buona lettura!

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Tutte le sconfitte sono dolorose, sia individuali che collettive. Alcune peró lo sono più di altre e anche a un mese di distanza, quella del Labour Party alle elezioni politiche nel Regno Unito è senz’altro una di queste. Lo è per la parte più povera del Paese che ha votato in massa per il Labour Party, milioni di persone che hanno pagato e pagheranno sulla loro pelle le politiche di un governo Conservatore. Lo è  per tutti i socialisti del mondo perché con il Labour di Corbyn viene sconfitto il più serio tentativo di trasformazione del sistema finanzcapitalista plasmato dall’egemonia neoliberale mai avvenuto nell’Occidente democratico. Lo è per tutti i progressisti d’Europa perché la sconfitta del Labour porta con sé l’uscita dall’Unione Europea del terzo paese più grande e la prospettiva di una rottura radicale col “continente”, con un impatto enorme sulle vite di milioni di cittadini britannici ed europei, compresi centinaia di migliaia di italiani in Gran Bretagna e decine di migliaia di Britannici in Italia.  Lo è, infine, per tutti coloro che hanno a cuore la pace nel mondo, visto che mai come in questi giorni sarebbe importante avere a capo della terza potenza nucleare e ponte tra le due sponde dell’Atlantico un pacifista come Jeremy Corbyn. Questioni enormi, su cui fermarsi a riflettere, che segneranno il futuro del Regno Unito e eserciteranno un’influenza profonda su quello dell’Unione Europea, dell’Occidente democratico e dell’ordine geopolitico mondiale.

Bisogna resistere la tentazione di semplificare l’analisi e non sottovalutare le conseguenze di un voto che mette seriamente a repentaglio la sopravvivenza del Regno Unito. I dati dicono chiaramente che sono prive di fondamento sia la lettura che vuole il Labour sconfitto per via delle radicalità del suo manifesto sia quella che indica nella proposta di tenere un nuovo referendum sulla Brexit la ragione della sconfitta.  È vero esattamente il contrario. È soltanto in virtù di un manifesto radicale con dentro la proposta di un referendum per tenere il Regno Unito nella UE che il Labour è rimasto la seconda forza politica britannica, con oltre 10 milioni di voti  e il 32% (13% in più di quelli presi dal PD di Renzi nelle elezioni politiche). Uno sguardo ai dati e un’analisi delle vicende dei mesi passati permettono di accorgersene.

La radicalità innanzitutto. Le proposte economiche del Manifesto del 2019 rispecchiano sostanzialmente quelle del 2017 in cui il Labour raggiunse il 40% e quasi 13 milioni di voti, con oltre 10 punti percentuali in più rispetto all’era pre-Corbyn nel più grande aumento di consensi di un partito britannico dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Certo, la stampa moderata e i tabloid erano stavolta pronti a demonizzare quel programma molto più che nel 2017 ma come mostra il rapporto del celebre sondaggista conservatore Lord Ashcroft la campagna antisocialista ha sostanzialmente contribuito a tenere lontano dal Labour l’elettorato che nel 2017 aveva scelto i Tories (che si tengono quasi tutti i loro voti cedendo appena il 3% ai LibDems) ma non ha significativamente eroso il consenso del Labour Party, che aveva prodotto un piano solido e una narrativa all’altezza sulla necessità di un green new deal, le cui politiche di nazionalizzazioni rimangono popolari presso una maggioranza assoluta dell’elettorato e i cui temi non sono peraltro stati discussi abbastanza durante una campagna elettorale dominata dalla Brexit.

La Brexit ha invece senz’altro contribuito a far perdere al Labour una significativa quota di elettorato, in particolare nei 54 seggi persi tra il 2017 e il 2019 che avevano votato leave al referendum del 2016 dove è evidente un travaso di una quota di voti dal Labour ai Tories e in misura minore al Brexit Party di Farage. Tuttavia, come rivela il rapporto del think tank progressista Datapraxis, che ha esaminato con attenzione dove siano finiti i 2,612,548 voti persi dal Labour tra il 2017 e il 2019, circa un milione e trecentomila sono andati a partiti pro-remain (distribuito tra liberaldemocratici, verdi, e nazionalisti scozzesi, tra cui il rapporto stima ci siano 200 mila elettori che votarono leave ma hanno cambiato idea), più del milione di voti finiti ai partiti pro-leave (tra cui il rapporto stima ci siano 300 mila elettori che votarono remain) a cui possono essere aggiunti una certa quota degli astenuti (l’affluenza è diminuita di un punto e mezzo). In circa metà dei seggi persi dal Labour in cui aveva vinto il leave, i voti Labour finiti ai partiti pro-remain avrebbero impedito la vittoria dei conservatori. Basta un’occhiata a collegi come Bury South, High Peak o Stoke-on-Trent Central, per accorgersene. Sono in tutto più di venti i seggi che avevano votato leave dove i conservatori hanno vinto soltanto grazie alle divisioni dell’opposizione e alla disaffezione dei remainers che avevano votato Labour nel 2017 e considerando anche i 7 seggi che il Labour ha perso dove aveva invece vinto il remain, quasi tutti in Scozia, appare chiaro come l’emorragia di voti europeisti ha pesato almeno quanto quella di voti euroscettici. Del resto, la tesi di un Corbyn sconfitto perché troppo europeista rispetto a un paese euroscettico non regge alla prova dei numeri se in quella che è stata universalmente descritta come la “Brexit election”, il 52,3% dei voti sono finiti a partiti che sostenevano un nuovo referendum contro il 45,6% a partiti che volevano procedere con la Brexit senza consultare gli elettori. Aggiungendo anche i voti dei candidati indipendenti parliamo di oltre 17 milioni di voti per un nuovo referendum, in un mandato popolare di entità simile e segno opposto a quello per la Brexit del referendum del 2016. Sulla carta, una chiara maggioranza pro-remain in un nuovo referendum se si considera che secondo il rapporto Ashcroft gli elettori europeisti che hanno scelto i Tories sono in numero comparabile se non superiore agli euroscettici che hanno scelto il Labour (20% dei remainers hanno votato Tories contro il 16% dei leavers pro Labour). 

Per questo dire che in queste elezioni abbia vinto la Brexit non è corretto, va ricordato che l’ipotesi che il Regno Unito nel suo complesso avesse cambiato idea sulla Brexit è estremamente realistica e va sottolineato che la vittoria di Johnson dipende anche dall’effetto distorsivo del sistema elettorale e dal fatto che gli elettori pro-Brexit sono distribuiti meglio rispetto ai contrari, con il leave che nel 2016 ha vinto nel 60% dei collegi per le elezioni politiche pur essendo votato da meno del 52% della popolazione. Le ragioni dell’esito elettorale sono dunque più complesse. Tre quelle fondamentali: una relativa alla strategia dei conservatori, una a quella del Labour e una alla leadership di Jeremy Corbyn. Iniziamo dalla prima.

Promuovere disillusione: la inquietante (ma vincente) strategia dei Tories 

Una delle principali differenze tra il 2017 e il 2019 è stata sicuramente la forza della campagna di Boris Johnson, centrata su un messaggio semplice ripetuto ossessivamente (get brexit done) che pur guadagnando soltanto un punto rispetto al 2017 ha portato a rubare al Labour oltre 50 seggi grazie a una migliore distribuzione dei consensi (crescendo nei seggi pro-leave e arretrando in quelli pro-remain). Per capire lo sfondamento dei Tories nel cosiddetto Red Wall, i seggi tradizionalmente Labour delle vecchie aree industriali e minerarie delle midlands e del nord est dell’Inghilterra, bisogna però riconoscere che già nel 2017 Theresa May aveva guadagnato milioni di voti, fallendo la conquista di molti di questi seggi per pochi voti. In realtà la vittoria dei conservatori è l’apice di un processo di erosione del consenso laburista in atto almeno da un decennio e portato a compimento nel 2019.

class flattening

Nella figura tratta da un articolo pubblicato il 17/12/2019 sul Financial Times si vede come il margine di vantaggio del Labour sui Tories nei collegi con il maggior numero di elettori working class diminuisce costantemente dal 1997.

A questo va aggiunto il fatto che l’accordo con la UE raggiunto a sorpresa a metà ottobre ha completamente cambiato la dinamica politica. Se prima una chiara maggioranza del paese avversava la prospettiva di uscita senz’accordo e le cronache erano dominate dalle divisioni tra i Tories, l’accordo ha invece portato un’unitá di intenti mai raggiunta prima dai Tories sulla Brexit. Da una parte i deputati remainers erano rassicurati dalla presenza di un accordo in cui non speravano piu, dall’altra l’ala estremista dei leavers vedeva accolte le sue principali richieste (l’eliminazione della clausola di salvaguardia per il Nord Irlanda e una promessa di divergenza dalle regole europee in vista del futuro accordo commerciale) e decideva di sostenere compattamente il deal visto come l’ultima chance di portare a casa la Brexit. Così, mentre il deal di Theresa May era stato sconfessato da larga parte dell’establishment pro-Brexit, il deal di Boris Johnson otteneva consenso quasi unanime tra i brexiteers, al punto che diversi candidati ed europarlamentari del Brexit Party di Farage annunciavano pubblicamente il loro sostegno, contro le direttive del leader. E proprio Farage ha giocato un ruolo decisivo nel favorire Johnson rinunciando a correre in tutti i 317 seggi vinti dai Tories nel 2017, compattando così il fronte pro-Brexit, impedendo ai laburisti di conquistare seggi (alla fine i Tories perderanno solo un seggio a Londra e sette in Scozia) e minando la credibilitá complessiva della propria avventura elettorale. E poco importa se l’accordo abbia comportato un clamoroso tradimento degli unionisti nordirlandesi e la violazione di una linea rossa molto chiara di tutto il partito conservatore visto che dal prossimo 1 Febbraio il Nord Irlanda sarà più integrato con la Repubblica d’Irlanda che con il Regno Unito. 

Ai Tories non sarebbe tuttavia bastato “vendere” il nuovo accordo sulla Brexit,  come abbiamo visto dai numeri descritti in precedenza. Johnson aveva anche bisogno di alimentare la paura delle politiche redistributive laburiste nell’elettorato benestante che non vede di buon occhio la Brexit ed in generale di difendersi dall’accusa di essere un opportunista dalla scarsa credibilità. Per questo fin dalla sua elezione come leader Tory e conseguente insediamento come Primo Ministro, nel Luglio del 2019, il piano congegnato dal consigliere speciale Dominic Cummings (lo stratega della campagna per il leave raccontato nel film Brexit: The Uncivil War) era quello di presentare Johnson come il campione della Brexit del popolo contro il parlamento di mestieranti antidemocratici che la vogliono bloccare e un Corbyn indeciso e imbelle, una narrazione ripetuta fino allo sfinimento senza significative sbavature. C’era solo un problema: Johnson era il Primo Ministro a capo del terzo governo Tories in 10 anni, corresponsabile di una serie di fallimenti proprio sulla Brexit, ed era impossibile dipingere l’esponente di punta di una classe dirigente selezionata per livelli di arroganza, privilegio e sicumera come un oppositore dell’establishment. Per ovviare al problema, la campagna Tories ha portato avanti un piano molto più sinistro volto a promuovere un senso di disillusione generalizzata nel sistema politico. Da una parte facendo circolare fake news “istituzionali” tramite veline anonime con statistiche inventate sulla situazione economica o sul programma del Labour, dall’altra lanciando una campagna social outsourced su una pletora di gruppi sconosciuti e creati ad hoc per le elezioni che simulando punti di vista “indipendenti” attaccavano immancabilmente solo il Labour. Una valanga di denaro oscuro, lo stesso che ha finanziato nei mesi scorsi la campagna pro no deal Brexit raccontata da un’inchiesta di OpenDemocracy, ha finanziato, sia su facebook che google, pubblicità volte a minare la credibilità del programma del Labour e della figura di Corbyn (come quella che suggerisce subliminalmente l’assassinio del “simpatizzante dei terroristi” Corbyn). I numeri di questa campagna occulta sono impressionanti: video postati da queste pagine sono stati visti anche 16 milioni di volte,  aiutando a generare la sensazione che i politici siano “tutti uguali” per ridurre l’affluenza dell’elettorato filo Labour ed aumentare i consensi per l’uomo forte che prometteva, oltre che la Brexit, la fine della perenna crisi politica che questa ha generato e la conseguente intromissione della politica nella quotidianità di milioni di cittadini. Il governo conservatore realizzava così un duplice obiettivo: da una parte normalizzare le debolezze di Johnson facendo di tutta l’erba un fascio e dall’altra demonizzare l’immagine di Corbyn stoppando sul nascere la crescita della sua campagna. In questo senso, la sospensione del Parlamento di Settembre si inserisce in una generalizzata guerra contro la fiducia nella democrazia parlamentare, un meccanismo riproposto da molte destre sovraniste, a partire da Trump. 

Grazie a questa strategia spregiudicata i Tories hanno raggiunto il 43,6%, il proprio massimo storico dalla prima vittoria della Thatcher nel 1979, relegando il Brexit party al 2%. Non sarebbe tuttavia bastato per vincere le elezioni se dall’altra parte non fossero stati commessi gravi errori strategici.

La confusa e contraddittoria strategia del Labour sulla Brexit

È evidente che se in un’elezione incentrata sulla Brexit, un partito perde voti su entrambi i lati della barricata, qualcosa di profondo nella strategia non ha funzionato. Se si puó spiegare con l’avversione al secondo referendum la perdita dei voti di molti leavers, è più difficile spiegare la perdita di oltre un milione di elettori anti-Brexit pur offrendo loro un credibile piano per fermarla. Qui i problemi vengono davvero da lontano. Alle politiche del 2017 il 40% del Labour si spiega anche con l’”ambiguità costruttiva” che aveva portato a votare Labour una certa quota di leavers (il 31% degli elettori Labour del 2017 secondo il rapporto Ahscroft pubblicato dopo il voto) per il suo impegno a rispettare l’esito del referendum e una certa quota di remainers (parte del restante 69%) perchè era l’unico modo di impedire una maggioranza dei Tories. Tuttavia la strategia di Corbyn sulla Brexit non è mai stata chiara. Se da una parte era lodevole l’intento di proporre una soluzione di compromesso che rispettasse nominalmente l’esito del referendum (la cosiddetta soft brexit, con la permanenza del Regno Unito nell’unione doganale europea e il mantenimento dell’accesso al mercato unico) non è mai stato chiaro cosa sarebbe accaduto qualora i Tories, che detenevano la maggioranza parlamentare, avessero rifiutato ogni compromesso, come è di fatto poi successo. Fin dal Gennaio 2017 infatti la linea dell’ex Primo Ministro Theresa May era molto chiara: hard brexit, con l’uscita del Regno Unito sia dall’unione doganale che dal mercato unico per poter perseguire una politica commerciale autonoma dal resto della UE. Nonostante la perdita della maggioranza nelle elezioni anticipate del 2017, la May non cambia la direzione di marcia e al dialogo con l’opposizione preferisce la ricerca del consenso dell’ala euroscettica del suo gruppo parlamentare. Anche dopo le dimissioni di Johnson dal governo in polemica con la sua linea morbida sulla questione irlandese, nel Luglio del 2018, la May ignora un invito al dialogo di Corbyn dalla conferenza di Settembre. Arriva così l’accordo di recesso siglato nel Novembre del 2018 a cui sia il Labour che la destra del Partito Conservatore (incluso Johnson) si oppongono nel voto del 15 Gennaio 2019, portando alla più catastrofica sconfitta parlamentare di un governo britannico da secoli. 

La May spende i due mesi successivi nel tentativo di vendere il suo deal al Parlamento usando come arma di ricatto la minaccia di un’uscita senza accordo alla scadenza dei negoziati prevista per il 29 Marzo 2019. Un’arma tuttavia spuntata vista la possibilità di chiedere un’estensione dei negoziati, che porta la May a soccombere in altri due voti, il 12 Marzo e il 29 Marzo stesso (dove incassa il primo voto a favore di Johnson in cambio della promessa pubblica di dimettersi dopo l’approvazione), in un calvario che logora sia la sua immagine che quella del suo deal in una vastissima maggioranza del paese. Dall’altra parte la situazione non era molto migliore. Fin dalla conferenza del Settembre 2018 Il governo ombra laburista si divideva tra i sostenitori di un referendum tra un’opzione remain e la hard brexit propugnata dai Tories e i sostenitori delle elezioni anticipate e di una soft brexit. Da Gennaio 2019 in avanti la strategia del Labour diventa del tutto incomprensibile con le due fazioni interne al governo ombra e allo stesso ufficio di Corbyn sempre più divise. Gli europeisti insistevano sul nuovo referendum senza però spiegare come fare a organizzarlo con un governo ostile e senza una maggioranza parlamentare senza passare prima dalle elezioni anticipate. Gli euroscettici insistevano sulle elezioni anticipate senza però spiegare come vincerle proponendo una soft brexit che non entusiasmava né l’elettorato pro-remain né quello pro-leave che rigettava anche l’accordo più hard della May. Paralizzato da questo scontro interno Corbyn non prende una posizione chiara e dopo la sconfitta di una mozione di sfiducia (il giorno successivo al primo affossamento dell’accordo della May) abbandona anche le speranze di arrivare alle elezioni anticipate.

Da quel momento in avanti il Labour non sembra proprio avere una linea: Corbyn istruisce i suoi parlamentari a votare a favore sia di una soft brexit che di un nuovo referendum che di un’estensione dell’articolo 50 nei voti che si succedono alla Camera dei Comuni tra il 14 Marzo e il 1 Aprile 2019, ma non ripropone mai la mozione di sfiducia. Anzi dopo una prima richiesta di dialogo, il 7 Febbraio, Corbyn accetta di dialogare con la May quando arriva la sua tardiva apertura del 3 Aprile, avvenuta soltanto dopo la terza sconfitta del deal, l’annuncio delle sue dimissioni e una prima estensione della scadenza. L’illusione di potere arrivare a una soft brexit per via parlamentare si sconta con la realtà del fatto che la May non voleva nè poteva offrire nessuna garanzia di implementare un eventuale accordo con Corbyn avendo già promesso le sue dimissioni e non potendo pertanto promettere nemmeno nuove elezioni a breve. Peraltro la May non aveva mai nascosto di preferire, per indole, storia e valori, l’unità del partito conservatore (alla quale ha dedicato la sua premiership fino a sacrificarla) a qualunque tentativo di dialogo bipartisan. Di fatto, l’insistenza a dialogare fuori tempo massimo con un avversario già sconfitto per sostenere un compromesso privo di consenso nel paese è davvero incomprensibile, anche perché impedisce a Corbyn di prepararsi alle elezioni europee di Maggio, rese inevitabili dall’estensione dei negoziati fino al 31 Ottobre decisa dal Consiglio Europeo del 10 Aprile.

A queste elezioni il Labour arriva completamente impreparato. La rottura delle consultazioni con la May arriva soltanto il 17 Maggio, ad una settimana dal voto. Corbyn si rifiuta di fare campagna, il Partito non usa le sue strutture ed i suoi fondi, le candidature sono scelte in fretta e furia e il messaggio politico è del tutto confusionario. I risultati sono devastanti: il Labour finisce terzo al minimo storico con il 14%, dopo il Brexit Party di Farage al 30% e i liberaldemocratici al 20%. La somma dei partiti dichiaratamente europeisti (verdi, liberaldemocratici e nazionalisti scozzesi e gallesi) supera il 36% portando a un umiliazione del Labour resa leggermente meno amara dal concomitante tracollo dei Tories, ridotti al 9%. Queste elezioni segnano di fatto un punto di svolta, consolidando un senso di tradimento generalizzato in molti elettori laburisti, sia leavers che remainers, che abbandonano il Labour per non ritornarvi più nemmeno alle politiche di Dicembre, e alimentando le ambizioni dei liberaldemocratici, la cui nuova leader Jo Swinson (eletta subito dopo le europee) rifiuterà un governo ad interim di Jeremy Corbyn perché convinta di potere soppiantare il Labour come principale forza di opposizione ai conservatori nelle elezioni anticipate. Se questo non è avvenuto è unicamente in ragione del fatto che proprio in risposta alla sconfitta alle europee, Corbyn si decide ad appoggiare la proposta di un nuovo referendum sulla Brexit. Una mossa difensiva che prende atto del fatto che  la stragrande maggioranza degli elettori Labour hanno preso atto dell’impossibilità di un compromesso coi conservatori e considerano la Brexit un grave errore, è questo era vero sia a Londra che nei collegi del Red Wall a maggioranza pro-leave, dove la minoranza di remainers costituisce il nucleo vitale dell’elettorato Labour. Va inoltre considerato che anche i verdi erano decisamente ostili e avevano stretto un’alleanza remain con liberaldemocratici e nazionalisti gallesi che aveva come principale scopo quello di rubare voti europeisti al Labour. Affrontare le elezioni senza includere il secondo referendum nel programma avrebbe quasi certamente portato a risultati anche peggiori nel Red Wall e a risultati umilianti nelle aree del paese pro-remain, dove i liberaldemocratici rischiavano di soppiantare il Labour come primo partito (e in alcuni collegi l’hanno fatto comunque). Non è un caso che alla conferenza di Settembre 2019 la policy di un nuovo referendum avesse anche l’appoggio degli euroscettici raggiungendo l’assoluta unanimità. 

Per due anni persegue la strategia di soft brexit che non porta da nessuna parte. Invece di demolire un avversario alle corde, Corbyn sceglie di dialogarci. Se la proposta di un nuovo referendum era inevitabile, perché non testarla direttamente alle elezioni europee, provando a vincerle, invece che subirla in seguito a un fallimento elettorale? La storia dirà se quelli di noi che chiesero al Corbyn di uscire dall’empasse sulla Brexit alle elezioni europee saranno vendicati. Ma la colpa di una strategia confusa e contraddittoria è tutta di Jeremy Corbyn?

Jeremy Corbyn: l’uomo giusto al posto giusto al momento sbagliato 

Jeremy Corbyn diventa leader del Labour dopo le dimissioni di Ed Miliband seguite alla vittoria a sorpresa del conservatore David Cameron nelle elezioni del 2015. Quella stessa vittoria determina il referendum sulla Brexit, incluso nel manifesto elettorale conservatore sulla spinta della destra del partito, e approvato da una maggioranza bipartisan prima che Corbyn diventasse segretario, quando il partito era guidato dalla reggente Harriet Harman. Per questa ragione una delle primissime scelte di Corbyn da candidato segretario fu quella di schierarsi a favore della campagna per rimanere nella UE. In molti modi si può dire che il destino politico della segreteria Corbyn fosse profondamente legato alla vicenda della Brexit. 

E’ innegabile che già nel primo anno della leadership Corbyn mostri una certa timidezza nel prendere una posizione forte rispetto alla Brexit Non è un caso che la sconfitta del remain segni il primo momento di crisi, con un’opposizione interna divisa e disorganizzata che cerca comunque di sfiduciarlo. Corbyn aveva fatto campagna per il remain, anche con argomenti convincenti per la sinistra, difendendo il libero movimento dei lavoratori contro il libero movimento dei capitali non tassati, ma dal giorno dopo la vittoria del leave e per i due anni successivi l’ambiguità è la cifra che caratterizza Corbyn sulla Brexit. Costantemente spaventato dal prendere pubblicamente una posizione e ansioso di spostare altrove la discussione, di fatto, un riflesso delle divisioni sul tema nel partito e anche tra i suoi collaboratori più stretti, alcuni dei quali avevano votato leave, la segreteria Corbyn è stata caratterizzata fin dall’inizio da un sostanziale immobilismo strategico che, alla lunga, ha indispettito sia il partito che l’elettorato nel suo insieme. Molto controverso fu l’ordine ai suoi deputati di votare a favore dell’attivazione dell’articolo 50 nonostante la May avesse scelto chiaramente una Brexit molto diversa da quella soft predicata da Corbyn. Non aver mai preso fin dall’inizio le distanze ed espresso pubblicamente dei dubbi sulla possibilità di portare avanti la Brexit a quelle condizioni ha minato la credibilità dei successivi riposizionamenti. 

In larga parte, è proprio questa snervante indecisione sul tema cardine della politica britannica di questi anni la principale ragione della crescente impopolarità di Corbyn in larghe fasce dell’elettorato, in particolare quello progressista. Certo questa impopolarità era anche dovuta alla martellante campagna di demonizzazione della stampa moderata, critica verso un politico scomodo e da sempre critico verso l’establishment, anche mediatico, del Regno Unito. Ma la freddezza di giornali di sinistra liberal come il Guardian e l’aperta ostilità di testate progressiste come The New Statesman rivelano che qualcosa di profondo non ha funzionato tra Corbyn e una parte del Paese che avrebbe dovuto naturalmente guardare al Labour. Come ha scritto anche Paolo Gerbaudo in un’utile analisi sul sito di Senso Comune: “A questo velenoso attacco mediatico, si aggiungono le debolezze di Corbyn stesso. Spesso opaco nelle performance pubbliche e in televisione, e incapace di trasmettere l’immagine di una persona capace di imporre la propria visione, Corbyn è stato ricacciato nello stereotipo del militante estremista” Di fatto, Corbyn non è stato in grado di prendere adeguate contromisure al logoramento di un’immagine che è andata progressivamente deteriorandosi a partire dal 2017, in larga misura proprio per le esitazioni ad esprimere una visione chiara sulla Brexit. 

corbyn popularity

Nella figura tratta da un articolo pubblicato su The Conversation da Paul Whiteley e Harold D. Clark il crollo di popolarità di Corbyn tra il 2017 e oggi. 

A questa caduta di immagine hanno senz’altro contribuito le continue accuse di antisemitismo rilanciate sia dai media che da alcuni leader della comunità ebraica sulle quali va fatto un discorso parzialmente diverso. E’ oggettivamente difficile per un uomo di pace che ha speso tutta la sua vita politica a combattere ogni forma di intolleranza e razzismo accettare di dover rintuzzare l’odiosa accusa di antisemitismo ed è indiscutibile che almeno in parte si trattasse di un’accusa strumentale animata dal desiderio di demonizzare il partito laburista e il suo leader, anche per via delle sue posizioni critiche sulle politiche dello stato di Israele. Certamente errori ne sono stati compiuti sia nella gestione del caso mediatico che nel trattamento dei pochi casi di membri del partito implicati in vicende di antisemitismo. Ma se è sempre opportuno esprimere totale vicinanza alle comunità ebraiche giustamente preoccupate dall’aumento di casi di antisemitismo nelle nostre società è anche opportuno ribadire la lontananza umana e valoriale di Corbyn da qualunque forma di intolleranza, incluso l’antisemitismo. Di fatto le accuse dirette o indirette di antisemitismo sono state, almeno in parte, il veicolo di espressione una sfiducia generalizzata nella leadership di Jeremy Corbyn.

Corbyn non è mai stato votato alla leadership. Naturalmente incline all’ascolto e alla mediazione, ha sofferto in prima persona il clima di tensione permanente che ha caratterizzato il partito laburista impegnato in una perenne battaglia interna a partire dalla sua elezione a segretario, sia tra l’ala moderata e quella radicale, sia tra europeisti ed euroscettici, che tagliava in due la stessa maggioranza corbynista. Ma mentre la sinistra interna era chiaramente maggioritaria nel partito e Corbyn ne interpretava con credibilità la richiesta di un cambio di paradigma sui temi sociali ed economici, sulla Brexit la prudenza di Corbyn era troppo spesso in conflitto con il sentimento prevalente degli iscritti (il 90% dei quali aveva votato e fatto campagna per il remain). Questa contraddizione si è riflessa in una forte tensione nel governo ombra, perfino con storici alleati come John McDonnell e Diane Abbott, che ha veicolato fino ai giorni immediatamente precedenti alla campagna elettorale l’immagine di un partito diviso, a fronte di un partito conservatore che parlava finalmente con una voce sola.

Durante la campagna elettorale questo eccesso di prudenza si è manifestato nel tentativo di mettere la Brexit in secondo piano, come fatto nel 2017. Qui l’errore è stato di pensare di potere mettere tra parentesi la proposta di referendum e di spostare la conversazione altrove quando si trattava di una policy importante e controversa in una larga fetta dell’elettorato, anche in virtù del ben noto scetticismo dello stesso Corbyn. Di fatto Corbyn ha accettato a malincuore il referendum ma non ne ha difeso la necessità di fronte all’elettorato, per esempio ricordando come nel voto del 2016 la campagna Vote Leave di Boris Johnson avesse  violato la legge o che sostenesse un tipo di Brexit molto più moderato da quello proposto in seguito, di fatto privo di un chiaro mandato popolare. E se Corbyn pareva autentico e genuino nel suo desiderio di unire il Paese, era molto meno autentico nel difendere una policy in cui palesemente credeva poco e senz’altro meno credibile come alfiere di una politica volta ad offrire al suo paese una chance di rimanere democraticamente nella UE, dopo averlo molte volte escluso. Tolte a Corbyn autenticità e credibilità, è finito per diventare, per una larga parte della Gran Bretagna, semplicemente un politico come tutti gli altri. Di fatto l’ambiguità sulla Brexit è stata in molti modi per Corbyn quello che l’ambiguità sui temi economici è stata per Ed Miliband nel 2015. Gli è costata voti su entrambi i lati della barricata, ne ha diminuito la credibilità verso l’elettorato e fondamentalmente, ne ha incrinato la leadership.

Jeremy Corbyn ha incarnato la speranza di una rinascita del socialismo europeo, trasformando un partito laburista in grave crisi nel piú grande partito socialista d’Occidente e infondendo speranza a una generazione di militanti provenienti dalle lotte studentesche, dai movimenti contro l’austerità e il cambiamento climatico. Un politico non convenzionale, come non ne ce ne sono tanti, un uomo onesto, coerentemente socialista e pacifista, purtroppo uscito sconfitto dall’abbraccio mortale della Brexit.

Con Corbyn finisce anche la stagione del Corbynismo. Il mondo che ha sostenuto il leader non è mai riuscito, in oltre 4 anni, a trovare una formula per pacificare il partito e trovare una strategia coerente sulla Brexit. Il grande fallimento del mondo che ruotava attorno a Corbyn, a partire da Momentum, è da una parte non avere elaborato un processo di democratizzazione del partito che permettesse alla membership di sciogliere i nodi politici, dall’altra non avere elaborato una strategia su come affrontare il nodo Brexit a partire da una visione di internazionalismo di cui un partito progressista non può mai prescindere. Anche per questo la nuova leadership che verrà eletta ad Aprile sarà quasi certamente molto piu decisamente europeista.

Il Regno Unito continuerà invece a rimanere bloccato dalle divisioni e dagli scontri istituzionali della Brexit e dei contrapposti nazionalismi inglese e scozzesi, nella divaricazione antropologica tra grandi città e piccoli centri, nell’incapacità di elaborare un’idea condivisa di futuro, in un sistema democratico disfunzionale con una monarchia in crisi e un sistema politico balcanizzato. Non è più questione di se ma di quando rispetto ai processi di riunificazione irlandese e indipendenza scozzese. La Brexit, lungi dall’essere done, avvelenerà ancora per molti anni la politica britannica, in una via crucis di rinegoziazioni, caos nei rapporti internazionali e scontri istituzionali interni che continuerà per almeno un lustro.

Mala tempora currunt. Ma verrà il giorno in cui una nuova generazione che ha scoperto la politica con Jeremy Corbyn troverà la strada per riportare l’Inghilterra in Europa. Non è il momento di disperarsi ma di tenere vivi legami di solidarietà.

2 responses to “L’ambiguità sulla Brexit che ha distrutto il Corbynismo.

  1. LA CRITICA FRASE PER FRASE ASSORBIREBBE TROPPO TEMPO. L’HO LETTO TUTTO MA NON HO TEMPO PER FARLA. MA TI PREGO, SCEGLI TU UN A FRASE A CASO E TI DIRO’ PERCHE’ NON TIENE. LA VERITA’ E’ QUELLA CHE DICI MA NON TI ACCORGI NEPPURE DI AVERLA DETTA PERCHE’ NON METTI INSIEME LE DUE FRASI CHE LA COMPONGONO. IL LABOUR HA PERSO PERCHE’ HA CAMBIATO LA POSIZIONE DI NEUTRALITA’ SUL BREXIT, MA NON HA PERSO TUTTO GRAZIE ALLA RADICALITA’ CHE HA TENUTO ELETTORI CHE ALTRIMENTI AVREBBERO VOTATO BREXIT. SONO SEMPLICEMENTE ESTERREFATTO CHE ANALISTI INGLESI POSSANO TRARRE CONCLUSIONI CONTANDO I VOTI IN UN SISTEMA FPP. MA EVIDENTEMENTE TENGONO FAMIGLIA E DICONO QUELLO CHE IL COMMITTENTE VUOLE. E LO STESSO DICASI DELLA DIVISIONE. NON E’ CONTINGENTE. E’ STRUTTURALE NEL SISTEMA INGLESE. SI VINGE ‘PERCHE” GLI ALTRI SONO DIVISI E LIBDEM E LAB ERANO DIVISI. COSA TI ASPETTI NELLE URNE SE I LIB RIFIUTANO CORBUN COME PM?

  2. c’e’ un anacoluto: ELETTORI CHE ALTRIMENTI AVREBBERO VOTATO BREXIT. ‘Elettori che altrimenti non avrebbero votato labour per via del Brexit’

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