Il Socialismo nello scontro di civiltà

Il generale crollo elettorale dei partiti socialisti in giro per l’Europa ha alimentato un diluvio di analisi, studi, domande e risposte. Lungi da me il tentativo di addentrarsi nei meandri del dibattito. Più modestamente, si vuole qui introdurre un punto di vista parzialmente inedito che si può sintetizzare in una domanda: può il Movimento Socialista prescindere dal prendere una posizione, e quindi ri-definirsi, in relazione ai profondi sconvolgimenti che stanno rivoluzionando l’ordine geopolitico globale?

La questione dei mutamenti dell’ordine globale è recentemente salita alla ribalta in seguito all’esplodere della crisi economica globale (che appare peraltro come una crisi occidentale con effetti globali), nel settembre scorso, e nella successiva elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti d’America. Molti osservatori hanno visto in questi due momenti una cesura netta, in campo economico e in campo politico, tra l’epoca della supremazia americana post-Guerra Fredda e quella prossima ventura del Mondo Multipolare, nel quale contesto Obama ha prima teorizzato e poi concretamente mostrato di voler operare.

In effetti è forse utile inserire questi due eventi quasi del tutto concomitanti in uno schema di portata più ampia che sappia anche tratteggiare seppure in modo vago gli scenari futuri.

La questione del futuro ordine globale, della direzione nella quale va il mondo, si era posta, seppure in uno scenario completamente diverso, all’indomani della caduta del muro di Berlino che aveva posto fine a 50 anni di Guerra Fredda. La questione fu lungamente dibattuta al punto da uscire dall’orbita delle discussioni tra analisti e addetti ai lavori per arrivare a irrompere nel dibattito pubblico americano e più in generale occidentale grazie all’enorme fortuna avuta da due celeberrimi saggi. Il primo, un incredibile caso editoriale, fu “La fine della storia” di Francis Fukuyama. La tesi dell’autore, che oggi prova blandamente a correggere il tiro, era che con il crollo dell’Unione Sovietica nulla più avrebbe contrastato la superiorità della democrazia liberale sulle altre forme di governo. Dalla qual cosa l’autore faceva discendere la fine della storia intesa come scontro di potere e per il potere tra i principali attori della politica internazionale, identificando in qualche modo in un’unica entità geopolitica tutti quei paesi che avessero sposato la causa della democrazia e della libertà.

A breve giro di posta, con un articolo sulla rivista Foreign Affairs del 1993, divenuto un fortunatissimo saggio, il professor Samuel Huntington leggeva in un inevitabile “Scontro di civiltà” l’ineluttabile destino del nuovo ordine mondiale. E se la tesi di Fukuyama non ha retto alla prova del tempo e appare oggi chiaro a tutti gli osservatori come non sia la forma di governo, o perlomeno non solo questa, a dettare le condizioni dell’ordine politico del globo, è invece assai interessante rileggere il saggio del grande politologo americano recentemente scomparso.

La tesi del libro si basa sull’assunto che con la fine della Guerra Fredda le differenze ideologiche nella dottrina politica dei governi tenderanno a perdere importanza nel determinare le dinamiche della politica estera degli stati. Al contrario il miglior schema possibile per interpretare la formazione di alleanze e la nascita di conflitti diventerà quello di considerare gli aspetti culturali che caratterizzano gli attori del gioco politico. L’elemento chiave, l’attore primo del nuovo ordine globale diventa allora la civilità, intesa come il più grande elemento geopolitico che è dotato di una cultura omogenea e distinta da quella delle altre civiltà.

Le civiltà di Huntington (ovvero quelle riconosciute come tali dalla maggior parte degli studiosi della materia) sono 8: occidentale, ortodossa, islamica, cinese, giapponese, indiana, latino-americana, africana. Ciascuna di esse, a parte l’Islam che per questa mancanza paga e pagherà dazio in termini di influenza politica, presenta uno stato guida, determinabile in base al suo potere in campo politico, economico e militare ma anche in base al prestigio storico e culturale che gli fornisce l’autorevolezza necessaria a vedere riconosciuto il proprio status dagli altri membri della propria civiltà. Stati Uniti, Russia, Cina, Giappone, India, Brasile, Sudafrica saranno i centri di potere in cui negoziare i futuri equilibri. Huntington teorizza con estrema lungimiranza (circa 15 anni di anticipo) quel mondo multi-polare che tutti gli osservatori riconoscono sia nato dal declino della supremazia indiscussa dell’Occidente sul mondo.

Ed è proprio questo declino, giunto a un punto di svolta nell’autunno del 2008, che Huntington descrive lucidamente in un momento storico in cui viceversa molti più erano i cantori delle meravigliose sorti progressive dell’Occidente, la cui inesorabile perdita di potere si accompagna a due poderosi movimenti storici: il boom demografico della civiltà islamica e, ancor di più, il boom economico asiatico, che investe in pieno almeno due civiltà, la sinica o cinese e quella indiana.

Nell’analisi di Huntington allora, la crescente importanza dell’elemento culturale autoctono e caratteristico, evidente tanto nell’Islam della Rinascita Islamica quanto nella industriosa Rivoluzione Confuciana cinese, va di pari passo con la crescita di influenza politica di civiltà millenarie da troppo tempo ridotte all’ininfluenza politica.

Sotto questa nuova luce trovano nuove interpretazione tanto la quasi totalità dei conflitti armati del periodo post-Guerra Fredda, quanto le dinamiche di conflittualità endemica che attraversano i confini di “faglia” tra civiltà contigue, con particolare riferimento a quelle che circondano la civiltà islamica (affermazione questa che ha, come si immagina facilmente, arroventato notevolemente il dibattito attorno alla tesi del professore).

Ma la tesi del professor Huntington non si limita a spiegare e prevedere con incredibile precisione le direzioni delle strategie geo-politiche della quasi totalità degli stati.

L’idea stessa che la fine della Guerra Fredda e dei conflitti di matrice ideologica trovi naturale sbocco nella ripresa di quelli culturali evidenzia un altro aspetto che nel libro rimane quasi sottotraccia. La storia dell’umanità è stata fin dall’inizio una storia di conflitti tra civiltà. Sebbene in un’accezione meno estesa di quella tipica del mondo globalizzato, dove la civiltà è un insieme culturale, etnico e religioso anche estremamente vario al suo interno, per tutta la storia dell’uomo i conflitti di natura religiosa o etnica superano di gran lunga quelli relativi a ragioni economiche o idelogiche. E se l’ordine globale è stato per 50 anni retto da un equilibrio tra due sistemi ideologici, questo è dovuto al fatto che l’ordine delle civiltà era già risolto alla radice dall’inarrivabile supremazia dell’Occidente che affonda le sue radici in 500 anni di dominio scientifico, militare, economico e quindi politico.

Ed in effetti tanto la Democrazia Liberale quanto il Socialismo Reale sono due prodotti indiscutibilmente legati all’Occidente che hanno trovato poi diffusione in tutto il mondo.

Di nuovo rispetto al passato, il mondo globalizzato porta l’estensione del processo di modernizzazione degli stati che solo permette di ristabilire le condizioni di base perché tutte le civiltà competano sullo stesso piano.

Dunque, il mondo tratteggiato da Huntington è tutt’altro che un mondo alla fine della sua storia, ma anzi una polveriera dove si fronteggiano 8 fronti, divisi da rivalità storiche e profonde diversità, in cui occorrerà negoziare un nuovo ordine globale che soddisfi le superpotenze emergenti (Cina, India, Brasile), senza scontentare troppo quelle al tramonto (Russia, ma anche Stati Uniti).

Senza scendere ulteriormente nel dettaglio della ricchissima analisi Huntingtoniana, possiamo subito ricavare una lezione utile per quanto riguarda l’Europa e il Movimento Socialista. Ci si deve allora subito interrogare se la pretesa universalistica che il Socialismo ha fin dalla sua nascita non discenda da altro che non dalla tipica pretesa occidentale di considerare universali valori e consuetudini che le sono proprie. La retorica dei diritti umani ad esempio, le cui radici storico-culturali affondano tanto nell’illuminismo rivoluzionario quanto nel giusnaturalismo cristiano, è un prodotto dell’elaborazione culturale occidentale imposto al mondo in un’epoca in cui questo era ai piedi dell’Occidente e che, ci possa piacere o meno, non è assolutamente condiviso in modo universale dalle altre civiltà.

Se dunque il Movimento Socialista si dimostra in questa fase afasico e incapace di spinta propulsiva, è forse anche perché non è ancora stato avviato un dibattito serio sul suo ruolo e la sua relazione con i caratteri della civiltà occidentale. Ed il successo continentale delle destre dei movimenti xenofobi ed euroscettici può non essere altro che un riflesso del mutato atteggiamento dell’elettorato che inizia sempre più ad anteporre questioni di identità culturale e religiosa a quelle economiche. Del resto, è evidente anche agli osservatori più distratti come la Chiesa, fonte di elaborazione primaria del pensiero cristiano che è evidentemente elemento fondante dell’identità occidentale, abbia da tempo intrapreso un percorso di redifinizione e riposizionamento della propria funzione politico-culturale in seno alla civiltà occidentale. Percorso che ha trovato nel pontificato di Papa Ratzinger e nel celeberrimo discorso di Ratisbona la sua espressione migliore. Nulla di analogo è avvenuto nel campo socialista dove al contrario la maggior parte delle analisi rinverdiscono la centralità dell’iniziativa economica come risposta politica a una crisi che in verità può in un certo senso apparire inevitabile più per ragioni storiche che prettamente economiche.

Un ulteriore banco di prova delle possibilità di rilancio dell’Idea socialista riguarda allora il delicatissimo problema dell’immigrazione e della concreta possibilità di una società multi-etnica o multi-culturale. A ben vedere, a decenni di distanza dall’avvento di imponenti flussi migratori verso l’Europa da paesi de-colonizzati di altre civiltà, quel modello sembra essere entrato in crisi tanto nelle Banlieu parigine quanto nella crogiuolo di razze londinesi e perfino nella patria della tolleranza olandese. Gridare al razzismo di fronte alla crescita di episodi di intolleranza potrà forse essere autoconsolatorio e rinnovare la propria sensazione di essere nel giusto. Ma un modello credibile di integrazione multiculturale non può prescindere dal riconoscere che sono proprio i caratteri della società aperta di stampo occidentale a rendere possibile una convivenza pacifica. E che dunque l’integrazione si ha all’interno di valori condivisi che allo stato delle cose non possono non essere quelli propri della civiltà occidentale. Trovare un’alternativa credibile tanto ai fermenti di intolleranza di matrice xenofoba quanto alle illusorie speranze di convivenza pacifica all’interno di un contesto culturale slegato dalla propria civiltà di riferimento, sembra essere la strada, difficilissima, che i socialisti europei si trovano ad affrontare.

Per oltre 50 anni il movimento Socialista si è caratterizzato per il concreto perseguimento dei propri obiettivi politici “statutari” all’interno di una cornice di rispetto assoluto dei caratteri dominanti dell’Occidente (pluralismo, individualismo, stato di diritto), arrivando per questo ad essere anche in forte contrapposizione con i movimenti comunisti ed in fine battendoli. Riuscirà nel nuovo mondo dello scontro di civiltà a costruire una strategia globale che concilii la tutela degli interessi strategici della propria civiltà di appartenenza con le proprie caratteristiche fondanti?


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