Riaprire il campionato

Il precipitare della crisi politica con la conseguente decisione del PD, giustamente ripresa da SEL, al netto degli errori di metodo e delle pratiche di vecchia politica in alcuni territori, di effettuare elezioni primarie per la scelta dei parlamentari ha inevitabilmente rimandato a data da destinarsi una discussione sul ruolo politico di SEL nella coalizione di centrosinistra alla luce del non esaltante risultato delle primarie. Dicevamo di volere riaprire la partita, e il fatto stesso di poter parlare di una coalizione di centrosinistra che, a meno di due mesi dal voto, ha ottime chances di conquistare la maggioranza parlamentare è un fatto non scontato di cui non possiamo che essere contenti.

Rimangono tuttavia aperti una serie di nodi cruciali riguardo alla portata del cambiamento che questa coalizione sarà in grado di determinare. In questo quadro la discesa in campo del premier Monti alla guida di uno schieramento moderato costituisce un elemento di chiarezza del quadro politico di cui potremmo essere in grado di cogliere frutti inaspettati.

Innanzitutto frutti elettorali, dato che la frammentazione del centrodestra tra montiani e belusconiani renderà più facile la conquista di una maggioranza al Senato nelle regioni in bilico a partire dalla Lombardia. Ma ancora più importanti sono i frutti sul dibattito politico interno al PD laddove nel momento in cui il premier dimissionario Monti si sveste dei panni del tecnico per candidarsi a guidare un progetto politico dichiaratamente moderato si indebolisce l’opa ideologica dell’agenda Monti su quella parte del PD che proclama la necessità di continuità con l’azione del governo dei tecnici.

In questo senso, non tanto l’uscita di Ichino, ma le dichiarazioni di D’Alema sulla immoralità della discesa in campo di Monti testimoniano un nervosismo e un vuoto di strategia di una parte del PD che fa ben sperare chi ha fiducia in un’evoluzione in senso progressista del dibattito interno al principale partito del centrosinistra.

D’altronde, il perdurare della crisi, tragicamente aggravata dalle politiche di austerità, richiede a gran voce un segnale forte di cambiamento proprio dalle elezioni italiane. Le cause strutturali della crisi, dalla questione della crescita delle diseguaglianze alla potenza di fuoco della speculazione finanziaria e la presenza di forti squilibri commerciali interni all’eurozona, sono ancora tutte da affrontare.

Il programma di riforme necessarie è noto. Occorre regolare in modo molto più incisivo il sistema finanziario europeo, a partire da una riforma ruolo della BCE, invertire il segno delle politiche d’austerity a partire da una rinegoziazione del Fiscal Compact e di un New Deal europeo di investimenti per rilanciare la crescita e l’occupazione.

Di fronte a questo quadro magmatico, solo la forza di un governo d’alternativa che accede ai consessi che contano, ovvero i vertici intergovernativi nei quali si prendono le decisioni importanti, può imprimere un vero cambiamento.

La sfida del governo non è dunque, come dice Bertinotti, “una trappola delle migliori intenzioni”e le difficoltà pure incontrate dal governo Hollande in Francia testimoniano più l’assenza di sponde forti che potrebbero finalmente arrivare dall’Italia che una reale impossibilità di proporre un’alternativa concreta. Il punto vero è passare dalla partita della costruzione del centrosinistra al campionato di una legislatura di cambiamento, da giocare in Europa (league) a partire da uno schema di alleanze con le forze socialiste e socialdemocratiche europee.

Sembrano allora del tutto velleitarie le proposte di costituzione di un quarto polo alternativo al centrosinistra che lotti per andare all’opposizione ad aspettare il precipitare degli eventi (per fare cosa?). Il movimento arancione peraltro si configura come una riedizione sbiadita dell’arcobaleno, con ancora meno chiarezza politica al suo interno sia sui soggetti sociali da rappresentare che sulla linea politica (alleati o avversari di Bersani?) che sulla strategia per uscire dalla crisi.

Il tema vero è invece quello di riuscire a concorrere da sinistra a determinare l’agenda di governo rifuggendo le perenni tentazioni di abbracciare il centro e gli ammiccamenti ai poteri forti del PD. SEL svolgerà fino in fondo il suo ruolo se sarà in grado di porre come questione dirimente quella dell’autosufficienza di un’eventuale maggioranza di sinistra uscita dalle urne.

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