Intervista su l’Inkiesta

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Una domanda su di te: perché candidarsi in una circoscrizione estera?

Io vivo a Londra da 4 anni, ho partecipato alla vita politica degli italiani a Londra tramite il circolo “Radio Londra” di Sel. Il circolo è costituito da un gruppo di ragazzi attorno ai trent’anni che hanno sempre seguito con passione le vicende politiche italiane.

Ognuno di noi proviene da storie e porta con sé bagagli di vita differenti: ci sono ingegneri informatici, ricercatori come me, c’è chi lavora nel terzo settore, in un pub o in un’agenza di viaggio. Siamo un bello spaccato della nuova ondata migratoria che ha caratterizzato gli ultimi 5-10 anni. Ci siamo ritrovati nella comune volontà di dare un volto a un’esperienza, quella dei giovani italiani all’estero, che, pur coinvolgendo decine di migliaia di nostri coetanei e concittadini, è rammentata nel dibattito italiano solo nella retorica della fuga dei cervelli (che noi preferiamo chiamare fuga dei cervelli, delle braccia, e dei cuori!) e non è rappresentata nelle istituzioni.

Gli eletti in parlamento nell’ultima tornata elettorale sembrano avere davvero poco da dire alla nostra generazione.Ovviamente, per quanto mi sento rappresentativo di quel mondo, non voglio fare il sindacalista dei giovani emigranti, penso invece che l’importanza del voto esterosia quella di stabilire una rappresentanza politica di idee, esperienze e punti di vista che possono essere molto utili al nostro paese.

Che cosa significa vivere all’estero per un giovane italiano? Si tratta di una scelta o di una necessità?

Si tratta, a seconda dei casi, di entrambe le cose. Se per me è stata una scelta dettata dalla voglia di un’esperienza formativa d’eccellenza, in moltissimi casi si tratta di una necessità di fronte al vuoto di opportunità per chi esce dall’università carico di speranze e competenze che in Italia spesso e volentieri non servono a nessuno.

Naturalmente la vita dell’emigrante di oggi è molto diversa da quella di qualche decennio fa.Si può vivere all’estero continuando a fare parte del sentire comune del nostro Paese. Diciamo però che il confronto quotidiano congli “stranieri” (che poi stranieri non sono nemmeno troppo in un’ottica europeista!) implica una continua messa in discussione di tutta una serie di logiche che, in Italia, sono date per scontante o comunque tollerate. Penso all’illegalità e alla corruzione diffuse ovviamente ma anche alla conflittualità istituzionale, ad esempio tra magistratura e altri pezzi dello Stato.

Ovviamente (e forse purtroppo) il rapporto con l’Italia non è vissuto nei termini di cosa il nostro paese possa fare per noi. Tuttavia, quello che percepiamo qui è un senso di disagio, di vergogna a volte, che si prova per le notizie che arrivano e che colpiscono l’immaginario degli stranieri e in questo senso la stagione del berlusconismo è stata tragica. Quindi c’è da una parte questo senso di voler riscattare l’immagine del paese e dall’altra ovviamente la volontà di cambiare radicalmente un paese che non offre opportunità per i giovani, immobile, impermeabile, quasi incancrenito.

Continua a leggere su L’Inkiesta.

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