BREXIT, MALA TEMPORA CURRUNT: VINCE LA REAZIONE NAZIONALISTA E XENOFOBA

Pubblicato su Esseblog.it

Un giorno dopo i risultati del voto con cui il 52% degli elettori del Regno Unito hanno scelto di lasciare l’Unione Europea sono ancora profondamente triste, sconfortato e scioccato. Ma leggere certi articoli e certi post sui social network italiani ha reso indispensabile fare un po’ di chiarezza sul significato di questo voto.

Ripetiamolo tutti insieme. Il voto sul Brexit non è un giudizio sulle politiche della UE, non è una richiesta di progresso sociale e non è solidarietà internazionalista verso l’Europa del sud.

Del resto qui la UE non ha portato né austerity (inventata dalla Thatcher quando la UE non esisteva ancora) ne’ usurpazione della sovranità democratica (lo UK ha piena sovranità monetaria, economica e fiscale) ma fondi strutturali nelle aree depresse del paese (incluse quelle che hanno votato Leave).

Non c’è una rivendicazione di una Gran Bretagna egualitaria. La campagna del Brexit è stata guidata dagli stessi che hanno implementato anni di politiche economiche dai costi sociali altissimi. A votare Brexit è sia una parte dell’imprenditoria e della finanza filoamericane sia la parte del paese esclusa dalla globalizzazione e dallo sviluppo asimmetrico e Londra-centrico degli ultimi trent’anni di Tories e New Labour, che ha perso ogni speranza nel sistema politico (e che infatti ha votato a questo referendum per la prima volta da decenni con affluenze in certe aree del paese di 10% superiori a quella delle politiche) e le cui parole d’ordine sono di chiusura contro l’immigrazione quando non esplicitamente razziste.

A queste persone nessuno ha spiegato né cosa sia la UE (“what’s the EU” era la domanda più googlata venerdi mattina in UK) né come riscattare la propria condizione in un dibattito avvelenato dalla propaganda xenofoba dello UKIPdall’imperialismo della domenica dei tabloid del multimilionario Murdoch alle balle spaziali di Boris Johnson.

L’andamento del dibattito dovrebbe essere da monito ai nostri euroscettici all’amatriciana: l’uscita dall’Europa non è mai da sinistra perché vive di una dinamica politica che inevitabilmente degenera in reazione nazionalista. Il patriottismo progressista può vivere solo di internazionalismo, come in Scozia, e non può pertanto prescindere da un’idea e una proposta di unità Europea.

Il Labour ha fatto quello che ha potuto, facendo campagna strada per strada, rifiutandosi giustamente di inseguire a destra Farage e difendendo i diritti dei migranti europei e non. Non a Corbyn ma a tutto il partito e’ mancata la capacità di dare voce a quella larga parte del paese che si sente europea oltre che britannica finendo per parlare soltanto dei benefici economici che in larga misura una parte del paese non vede. “Labour In for Britain” non dice cosa sia l’Europa e perchè valga la pena farne parte. Questa afasia sull’identità europea della Gran Bretagna è un ritardo storico del Labour che non ha mai partecipato al processo di costruzione della casa europea e ne ignora anche le fondamenta istituzionali. Prendersela con Corbyn è del tutto inutile, sarebbe stato lo stesso con qualunque leader.

Sarà ora veramente difficile sanare le spaccature drammatiche tra giovani europei e vecchi britanniciricchi e povericittadini scolarizzati e noncittà e provincia, tutte le linee di faglia tra Remain e Leave. La disintegrazione del Regno Unito è un processo in atto da anni che conosce oggi una nuova accelerazione. Andranno ridefiniti i rapporti tra UK e UEtra Scozia e UKtra Nord Irlanda e Irlandatra Londra e il resto dell’Inghilterra e il pensiero di cosa ci attende nei prossimi anni per noi che viviamo qui gela il sangue nelle vene. Intanto si è dimesso Cameron e speriamo davvero che lo UK non anticipi di nuovo una stagione politica americana e dopo Thatcher-Reagan si passi a Johnson-Trump.

La comunità italiana deve ora essere difesa dalle nostre istituzioni e da quella parte della Gran Bretagna che si vorrà battere per tutelare i diritti dei cittadini europei, a partire dal Labour Party. Non è il momento di disperarsi ma di tenere vivi legami di solidarietà. Malissima tempora currunt.

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