Beato il paese che non ha bisogno di stereotipi

Londra. London School of Economics, la più “mainstream” delle università d’elite della capitale britannica. La sala è strapiena. “Can Italy grow again?” è la domanda che tiene banco e poco importa che più che la crescita il tema dovrebbe essere come fermare la decrescita, per giunta infelice, che da un paio di anni attanaglia il nostro paese, con buone prospettive per i prossimi. Si parla dell’Italia che è addormentata, di quel declino rigorosamente da fermare, del paese che è fermo ormai da vent’anni.

A discuterne insieme a Marco Niada, ex corrispondente a Londra del Sole 24 ore, c’è Michele Boldrin, economista neoclassico (all’università di Washington) della riottosa truppa gianniniana di Fermare il Declino (che scommettiamo prenderà proprio a Londra quei 500-600 voti che saranno metà del suo bacino elettorale nazionale), nonchè fervido animatore del seguitissimo blog noisefromamerika (o per dirla alla veneziana “noi se’ from amerika”) solerte fustigatore di neo e post keynesiani in libera uscita. Insieme a lui  Orazio Attanasio, professore di Economia a UCL e Giuseppe Curatolo, esperto di private equity.

L’annosa domanda che tutti i nostri economisti mainstream sono costretti a porsi riguarda la ventennale stagnazione in cui è intrappolato il nostro paese, forse perchè nel parlare della grande recessione che dura ormai dal 2007 hanno qualche difficoltà argomentativa in più.

Nella serata londinese non c’è però suspence, e il colpevole viene svelato subito. Sono passati cinque minuti dall’inizio quando Boldrin ci spiega che “un mostro” si aggira per l’Italia, e questo mostro è ovviamente lo Stato. Un mostro odiato e amato allo stesso tempo da un popolo irrazionale (in sfregio ai microeconomisti) che se ne lamenta rimanendo incapace di tagliarlo.

Boldrin ci delizia facendoci la storia di questa mostruosità a partire dalla crescita della Spesa Pubblica degli anni ’70, la crescita del debito degli anni ’80, la crescita delle tasse sulle famiglie degli anni ’90, in un crescendo di drammaticità che culmina scagliandosi contro la Cassa Integrazione, monumento a tutto ciò che in Italia nasce provvisorio e rimane là per anni (non come all’industria dell’auto di Detroit!). Si chiude con una simpatica aneddotica sugli sprechi del meridione (si cita la ridente Enna) in un crescendo di disperazione. Perchè in fondo per Boldrin, l’Italia non si può capire, prigioniera com’è dei suoi stereotipi.

Allora tocca ad Attanasio, che seppure esprimendo un diverso giudizio sullo stato (assente più che mastodontico), ribadisce che il problema dell’Italia sembra essere culturale. La criminalità organizzata al Sud, l’assenza di un retroterra culturale e di un panorama dell’informazione solidi e capaci di favorire scelte economicamente e politicamente efficaci.

Tocca a Curatolo, che sveglia la platea riaccendendo il sacro furore liberista, aggiungendo alle responsabilità del mostruoso Leviatano de noantri quella di soffocare la miriade di opportunità che un sistema economicamente maturo come il nostro offrirebbe. Imprenditori accorti e coraggiosi pieni di buone idee foriere di sviluppo, fiaccati dalla burocrazia e ovviamente dalla rigidità del mercato del lavoro, di quello Stato che impedendoti di licenziare ti sta impedendo di cambiare, a te innovatore. Peraltro, a detta del Curatolo, pure quando vorresti assumere, magari un giovane talento innovatore quanto te, non c’è verso di trovarlo. Anche qui è doveroso inserire un simpatico aneddoto su un lavoratore sfaticato che si approfitta del suo status protetto in seguito a un incidente sul lavoro.

Insomma non ce la possiamo fare, è proprio un problema culturale.

E’ passata un’ora in questo appassionante dibattito sul perchè l’Italia non cresca, e le parole Euro ed Europa non sono ancora state pronunciate, come se vivessimo sulla Luna, come se non avessimo delegato a Bruxelles e Francoforte la nostra politica fiscale e monetaria. Lo SME, Maastricht, l’unione monetaria, il fiscal compact, nulla di tutto ciò sembra essere rilevante nelle dinamiche della crescita italiana, che com’è noto sono bloccate dalla mancanza di riforme strutturali, mancanza figlia, immancabilmente, di una cultura della conservazione che attanaglia il nostro paese, stretto nella morsa corporativa della sinistra sindacale, sospettiamo.

Dato l’andazzo sul palco non poteva mancare la classica domanda/intervento di cinque minuti, che, dalle retrovie di una sala relativamente anestetizzata, apostrofa la platea al grido di “io penso che il problema dell’Italia sia un problema culturale”…

Ambire a spiegare e analizzare dei dati macroeconomici in poco più che un’ora di dibattito è senz’altro operazione ardimentosa, e foriera di imprevisti, ma rifugiarsi in interpretazioni antropologiche in odore di moralismo è operazione che non depone a favore degli interpreti. Non c’è che dire, beato il paese che non ha bisogno di stereotipi.

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