[Diario di Viaggio] 4. Bruxelles

Il cielo è talmente plumbeo che Londra sembra Napoli al confronto. Il treno corre veloce, sono a Charleroi ma non vado all’aeroporto come le migliaia di clienti ryan air che hanno impresso una nuova label alla più popolosa delle città italiane della vecchia emigrazione. La prima persona che incontro vende panini al prosciutto e il papà si è ammalato lavorando nella miniera “dove i belgi non volevano andare”.

Ci sono più italiani qui che a Bruxelles, mia vera meta, e sembra davvero di parlare con due mondi diversi, figli di diversi momenti della storia patria. In Belgio SEL è forte e combattiva e allora ci sta una birra con una compagna nella piazza della stazione che è anche quella del Parlamento Europeo.

Bruxelles si fa tutta a piedi e stasera c’è un appuntamento da non mancare. Mario Monti presenta un libro, scritto a quattro mani con Sylvie Goulard, sulla democrazia in Europa. L’attenzione è tanta, della comunità italiana come del popolo dei funzionari delle istituzioni europee (in molti casi è la stessa cosa). Non ho un biglietto, sono finiti da giorni, mi rifilano un santino dei candidati del PD, ma con
quello non mi fanno entrare.

Allora approccio le facce italiane e mi imbatto in Deborah, con un acca alla fine e una caterva di lauree in mezzo che contraddicono lo stereotipo. Lei ha un biglietto in più e posso entrare insieme ai suoi amici italiani, tutti stagisti, a pagamento, alla commissione europea. Nessuno è iscritto all’AIRE, ma tanto questa non è una campagna elettorale, è una caccia al tesoro.

Siamo a Bruxelles e Monti sfodera un francese sicuro per rispondere alle domande di Daniel Cohen Bendit, campione dei verdi europei. Flirta con l’intervistatore e con la coautrice. Io capisco due parole su tre, ma non mi sembra si stiano dicendo cose imperdibili e Deborah, divenuta mia traduttrice personale, mi conforta in questa interpretazione.

Poi si parla della commissione che per Monti deve rimanere politicamente neutrale per non collidere con i governi nazionali (mettendo, a suo dire, a rischio l’Europa) e là mi ricordo che il vero discrimine che la sinistra dovrebbe alzare non è tra i populisti antieuropei e i responsabili seguaci delle indicazioni di Bruxelles e Francoforte (come diceva Ichino), ma tra gli europeisti democratici e i fautori della tecnoeuropa senza consenso. Lo sapevamo, ma repetita iuvant.

La sera poi, prende una piega inaspettata e piacevole, passeggiando per le strade della capitale dell’impero addormentata. Dormo insieme a una gatta di nome AIRE che fa un sacco di fusa.

Al mattino il mio rendez vous con il tempio della eurodemocrazia, dove si parlano 27 lingue e forse non ci si capisce molto. Corro in stazione, il treno è in ritardo e non c’è modo di stampare il biglietto, pare che in Belgio sia la norma. Perdo la coincidenza suscitando l’empatia degli efficienti olandesi. Si va per Amsterdam. Ma a Bruxelles ci torniamo!

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2 risposte a “[Diario di Viaggio] 4. Bruxelles

  1. Qualche anno fa la stampa tedesca dette conto polemicamente di un uso ritenuto eccessivo delle parole inglesi in Germania, non solo negli slogan pubblicitari, ma anche nella vita di tutti i giorni. Ai tempi, la divisione di telefonia mobile di Siemens aveva scelto lo slogan “Be Inspired”, mentre Smart, la filiale di DaimlerChrysler, esortava i suoi potenziali clienti a “Open your Mind”. Le parole tough, easy o city sono ormai di uso comune nella Repubblica Federale. Il cellulare in tedesco si chiama Handy, che in inglese significa maneggevole, anche se non è così che l’apparecchio viene comunemente chiamato in Gran Bretagna o negli Stati Uniti. All’aeroporto, i viaggiatori checken i baggagli. A qualche anno di distanza la polemica sembra improvvisamente anacronistica. Ormai c’è da chiedersi se il tedesco non diverrà finalmente una Weltsprache, una lingua mondiale, quasi che la crisi economica e la globalizzazione possano riuscire là dove ha fallito Guglielmo II alla fine dell’Ottocento. In giro per il mondo le persone che parlano tedesco sono circa 185 milioni (105 milioni quelli che lo parlano come madre lingua, principalmente in Germania, Svizzera e Austria). Il tedesco è al nono posto delle lingue più utilizzate al mondo, superato dal francese che è parlato da 300 milioni di persone; ma le cose stanno cambiando in modo impressionante. Non solo molti cittadini del Sud Europa si stanno trasferendo verso la Germania per cercare lavoro ( 15% nel primo semestre del 2012), ma ormai imparare il tedesco è diventato una priorità per molti europei che non possono più ignorare il successo economico e politico della Repubblica Federale.

  2. leggo questo commento in colpevolissimo ritardo (mannaggia all’antispam). Incuriosito dal tema mi ricordo che l’egemonia linguistica segue sempre di poco l’egemonia politica. Cosi la lingua del mondo che un tempo fu il latino ed è già stata il tedesco per poi essere il francese ora è l’inglese. Tornerà il tedesco? Permettimi di dubitarne. L’egemonia germanica ha il respiro cortissimo e non travalica nè gli urali nè, per molti aspetti, il Reno e le Alpi.
    Il problema della lingua a livello europeo rimarrà a lungo. Multilinguismo unica via!

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