[Agenda Pisauro | Economia] Redistribuire! Redistribuire! Redistribuire!

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La crisi, figlia degli eccessi della finanza e dell’aumento delle diseguaglianze, richiede una grande opera di regolazione e redistribuzione. L’Europa deve necessariamente operare uno scatto in avanti nella propria integrazione democratica per riprendere in mano il controllo della finanza e un’opera di rilancio dell’economia fondato sugli investimenti.

Il pensiero neoliberale va mandato in archivio, a partire da questa infausta stagione di austerità che sta distruggendo speranze e buonsenso. L’alba di una nuova Europa inizia con la sinistra. Non ci resta che darle il benvenuto!

Viviamo la più grave crisi della storia del Capitalismo, una crisi che nasce nei mercati finanziari, sempre più privi di regole e liberi così di avere un enorme impatto sulle vite dei cittadini. A un sistema finanziario cresciuto fino a diventare otto volte più grande dell’economia reale occorre opporre un argine per rimetterlo al servizio di quello che davvero conta: la vita e il lavoro di milioni di persone.

La crisi nasce anche dall’acuirsi di diseguaglianze che ci hanno riportato indietro di un secolo, ai livelli di ingiustizia sociale che si respiravano nell’800. Aumenta la fetta di ricchezze nelle mani della parte più ricca della società, diminuisce quella a disposizione della parte povera che è costretta a indebitarsi o ridurre i propri consumi fino all’esplodere della crisi.

Ma la crisi europea non è solo figlia degli eccessi della finanza e delle sperequazioni ma anche di una profonda crisi istituzionale: l’Europa è un’Unione ancora incompleta. La moneta unica non è afficancata da efficaci istituzioni democratiche, in grado di gestire e regolare l’economia e la finanza; manca una politica economica continentale; e manca l’Europa sociale, con sindacati e associazioni coordinati su scala europea, per ridurre le diseguaglianze crescenti e combattere precarietà e disoccupazione. Per questo, dalla crisi si esce con “più Europa democratica” e non semplicemente con “più Europa” che troppo spesso si traduce in “più tagli”.

Serve ribaltare il paradigma insensato che vede nell’austerità la soluzione a una crisi che non nasce da un eccesso di debiti pubblici ma che in tale modo viene spacciata da media compiacenti e classi dirigenti ignoranti. Serve ribadire la necessità di interventi anticiclici di investimenti a rilancio della domanda e dell’occupazione che non possono non arrivare dal livello federale europeo. Serve fare capire a tutti i cittadini dell’Unione che le colpe di una crisi sistemica non possono discendere dalla supposta inerzia dei paesi mediterranei e che tutti i paesi, Germania compresa, devono fare la loro parte per aggiustare le loro politiche economiche.

La crisi istituzionale europea è per molti aspetti figlia della pervasività tra le classi dirigenti di quel pensiero unico neoliberista che è certamente tra i colpevoli della crisi e che pretende di sottomettere la politica al giudizio insindacabile dei mercati. Occorre combattere l’idea che i mercati si regolino da soli e che ciò avvenga sempre nell’interesse della società: è l’autorità pubblica che, su scala internazionale, deve dettare le regole e farle rispettare, perché l’economia e la finanza siano utili alle persone, non a pochissimi privilegiati.

Gli eccessi della finanza vanno immediatamente bloccati! Alla battaglia contro i paradisi fiscali si deve aggiungere quella contro la proliferazione incontrollata di prodotti finanziari derivati,  che oggi sono trattati per lo più al di fuori delle Borse e che occorre spostare su mercati trasparenti e vigilati, dove lavorino solo operatori qualificati ed in grado di comprendere la natura dei prodotti.

Occorre aumentare la tassazione delle rendite finanziarie penalizzando maggiormente le operazioni a breve scadenza e dunque a maggior rilevanza speculativa.

Dobbiamo regolare il sistema bancario, impedendo che vi siano istituti “troppo grandi per fallire”, perché non è tollerabile che i profitti siano privati, e le perdite irrimediabilmente pubbliche, e separando le banche commerciali da quelle di investimento, per difendere dai rischi di turbolenze finanziarie il credito necessario all’economia reale.

Serve una grande opera di redistribuzione tra il mondo della rendita finanziaria e quello del lavoro, che passi tramite una rimodulazione delle aliquote fiscali e una imposta patrimoniale ordinaria sugli attivi finanziaria che permetta di sollevare un po’ del carico fiscale dalle spalle dei lavoratori.

A livello europeo serve istituzionalizzare un ruolo centrale della BCE nella lotta alla speculazione, programmare un New Deal di investimenti finanziato tramite eurobond e coordinare le politiche economiche europee per uno sviluppo armonico.

Serve un piano per rilanciare l’occupazione e per farlo occorre tornare a crescere, non rendere il mercato del lavoro più “flessibile” di quanto già è. Serve una crescita sostenibile ecologicamente, di investimenti in innovazioni verdi fondamentali nel nostro Paese; sostenibile socialmente, perché l’invecchiamento della popolazione non deriva dal fatto che viviamo di più ma dai giovani che non fanno più figli, e questa è un’insostenibile conseguenza della precarietà dei redditi e del lavoro; e sostenibile economicamente, perché non è continuando a congelare e ridurre gli stipendi che potremo tornare competitivi nel mondo: quello lo fa meglio la Cina. L’Italia deve riscoprire il suo ruolo nel mondo globalizzato e nel processo di integrazione europea. Redistribuendo ricchezze, potere e idee, dando cioè il benvenuto alla sinistra, ce la possiamo fare!

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