[La trappola di Prodi] Sparigliare o rinsavire. Se il PD propone Prodi, teniamo duro su Rodotà

Il rebus del Quirinale ha al massimo quattro soluzioni. Dipende da cosa sceglierà di fare Bersani e il PD. Tuttavia SEL con i suoi 48 grandi elettori può ancora giocare un ruolo molto importante.

Se, come è a questo punto molto probabile, l’unico nome che potesse tenere insieme il PD in questa fase delicatissima fosse quello del suo fondatore Romano Prodi, la sua elezione sarebbe possibile soltanto con un centrosinistra compatto e una consistente sponda tra i grandi elettori a cinque stelle o quelli di Scelta Civica. Ma l’appoggio di SEL sarebbe indispensabile alla riuscita di questa operazione.
Ci sono però almeno tre valide ragioni per cui SEL non dovrebbe assecondare questa operazione, puntando il PD a convergere su Rodotà oppure a sparigliare proponendo un altro nome che interpreti l’umore del paese che chiede cambiamento.

Primo. Ragione istituzionale: non votare.

Prodi al quirinale avvicina le urne. La chiusura di ogni dialogo col PDL e probabilmente anche con Scelta Civica legata alla sua elezione metterebbe il M5S in una situazione di estrema forza, potrebbero pretendere la testa di Bersani e Renzi che non vede l’ora di andare a votare ne approfitterebbe per tagliare le gambe a qualunque serio tentativo di centrosinistra a cinque stelle. Alle urne, il trionfo di Berlusconi sarebbe servito su un piatto d’argento.

Secondo. Ragione economica: non tagliare.

Prodi è il padre dell’Euro. È intrinsecamente legato a questa Europa terribilmente progettata e destinata ad autodistruggersi senza una riforma profondissima. Serve la rottura e non la continuità garantita dal vero iniziatore del rigore tecnocratico in Italia. Immaginarsi un Prodi che collabora con un governo di rottura con l’Europa del Fiscal Compact è pura fantasia.

Terzo. Ragione politica: non conservare.

Il PD nasce da un’intuizione di Prodi. Questo progetto politico mal riuscito è in un rapporto di perfetta continuità con la stagione dell’Ulivo. L’identità più profonda del partito di Bersani, in questo momento davvero prossimo al rischio dissoluzione, sarebbe conservata ancora un po’ più a lungo dalla elezione di Prodi al Quirinale. Dal Colle, Romano sceglierebbe anche in funzione della preservazione degli equilibri del partito che ha contribuito a fondare. Equilibri e compromessi sostanzialmente dannosi per il paese. La stagione dell’ulivo, pur fortunata elettoralmente, richiama a una concezione di una sinistra post ideologica, di scomposizione dei partiti in strutture liquide e dall’identità indefinita, stagione che ha avuto il suo apice nel PD di Veltroni. Rifondare la sinistra su un’identità socialdemocratica si può fare solo se il PD si emancipa dal prodismo, ovvero se il PD si rimescola e si snatura.

Con Rodotà, per una stagione di cambiamento istituzionale, economico e politico.

Se, come dice Nichi Vendola, la crisi della sinistra e la crisi dell’Europa sono la stessa cosa, Romano Prodi ha molto a che fare con entrambe queste crisi. Tenere duro su Rodotà vuol dire tenere duro sull’unica prospettiva che apre un serio spiraglio ad un governo di cambiamento stabile, significa manterene il punto sull’unica candidatura che potrebbe davvero raccogliere un consenso largo e trasversale in grado di rappresentare l’unità della nazione e non dei gruppi dirigenti, e permetterebbe lo svolgersi di alcune contraddizioni ormai insanabili del Partito Democratico.

Compagni, pensiamoci. Non cadiamo nella trappola di Prodi.

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